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ICSA - Interventi Conservativi Storico Artistici

1999 Chiostro dell'abbazia di Chiaravalle

1999-chiostro-dell-abbazia-di-chiaravalleRestauro di elementi lapidei del Chiostro dell’Abbazia di Chiaravalle a Milano

Committente: Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza ai Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano
Progettista: Arch. Barbara Mazzali
Restauri a cura di ICSA
Anno: 1999

L'Abbazia di Chiaravalle, splendido esempio di architettura romanica lombarda, fu fondata nella campagna a sud di Milano dai monaci cistercensi l'"11 febbraio del 1135". Incastonato tra il transetto e il fianco destro della chiesa si trova il piccolo chiostro, che fu restaurato e integrato ad opera di Ferdinando Reggiori, tra il 1952 e il 1960. I lati mancanti furono ricostruiti ad imitazione dell'antico. I lati originari (lato nord e metà lato est), di stile gotico dell'XIII secolo, caratterizzati da una serie di arcate ogivali su colonnine binate con alcuni capitelli e raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe, furono conservati e restaurati. Per incarico della Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici, nel dicembre del 1998, ci fu affidato il restauro proprio di quegli elementi decorativi e lapidei, prevalentemente realizzati in pietra di Viggiù, appartenenti ai lati più antichi del Chiostro. Al momento dell'intervento, le colonne binate, le doppie colonne binate (d'angolo) e i peducci si presentavano con abbondanti incrostazioni nere, soprattutto nelle basi delle colonne, dovute, oltre che a depositi carboniosi, a probabili stesure protettive a base di cera. In generale, le pietre manifestavano una diffusa situazione di esfoliazione e polverizzazione . Le sigillature dei vari blocchi erano altrettanto compromesse, come anche le stuccature di lesioni e mancanze. Inoltre, vi era una discreta presenza di tassellature e innesti scultorei non originali, tuttora presenti. Le superfici lapidee si presentavano con zone ancora ben conservate con tracce chiare di lavorazione e, in diversi punti, di probabili pigmentazioni. Non esistevano gravi problemi statici nella struttura del chiostro. Dopo adeguate prove di pulitura e di consolidamento si é proceduto con l'asportazione preliminare dei depositi polverosi presenti sugli elementi lapidei da restaurare: capitelli binati, fusti delle colonne, basi binate e peducci. Il preconsolidamento, localizzato nei punti in cui il trattamento era necessario, fu eseguito con imbibizione di silicato di etile; mentre per il fissaggio delle scaglie si procedette con microstuccature in calce dei bordi delle lacune. Successivamente, la pulitura delle superfici fu effettuata con un impacco di carbonato di ammonio in soluzione satura, applicato con sepiolite o polpa di carta interponendo un foglio di carta giapponese, e conseguentemente sciacquato con acqua demineralizzata. L'intervento é stato differenziato nei tempi di trattamento in base alla quantità deposito sovrammesso e alle tracce di pigmento rinvenute. Le fratture e le parti da incollare furono stuccate in profondità con resina epossidica; mentre la stuccatura e l'integrazione delle parti mancanti furono eseguite con un impasto di calce idraulica (Lafarge) e polvere di marmo avente granulometria e colore simile alla pietra. Il consolidamento della superficie é stato effettuato tramite imbibizione di silicato d'etile, tamponandone gli eccessi con solvente. L'intervento si é concluso con la stesura a pennello di protettivo a base di polimetilsilossano. L'operazione di restauro ha fermato il degrado in corso e ha dato una migliore lettura delle superfici lapidee con la loro patina e con l'evidenziazione di tracce originali di pigmento.

 

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